Sarà successo anche voi di chiedervi come sia nata l’individualità, in termini malanghiani lo spirito. Da dove nasce questa esigenza illusoria della coscienza di osservarsi da più punti che noi chiamiamo individui.
Vi propongo di iniziare questa simulazione partendo dai presupposti teorici della fisica quantistica, focalizzando l’attenzione sul pensiero.
Ammettiamo che la coscienza sia l’equivalente non locale del tutto.
All’interno di essa che potremmo considerare come un’esperienza psichica latente a potenziale infinito, nasce un pensiero pensante. Tale pensiero nella sua attività conoscitiva tende a saturare spontaneamente l’iniziale divario nato con il suo pensare. L’attività di questa parte di coscienza psichica, che noi chiamiamo pensare, quindi, tende a saturare un divario conoscitivo rendendo consapevole quell’elemento psichico della coscienza, attraverso un conoscere virtuale. Tale psiche una volta raggiunto una soluzione al suo pensare, cosa potrebbe fare?
E’ evidente che qui stiamo facendo delle assunzioni, ossia che :
• il pensiero sia l’attività di una psiche
• l’esperienza muta l’attività del suo pensiero o rimane latente sino ad un evento che la metta in attività.
-Ipotizziamo che rimanga ferma, ossia che non avendo esigenza conoscitive non si crea alcuna divaricazione fra lei ed il tutto, evitando così una polarizzazione olografica di se atta, per l’appunto, all’esperienza.
Abbiamo,quindi un elemento psichico della coscienza che non polarizzato permane in tutto. Si apre una possibilità suggestiva, cioè che l’esperienza conoscitiva ed il suo percorso di consapevolezza vengano forniti in un istante a chiunque olograficamente richiama attività del pensare simili a quelli maturati dall’elemento psichico latente.
-A- è latente con la sua esperienza non localmente(nella coscienza), -B- in un punto non precisato dell’ologramma sta compiendo un’attività psichica come quella o simile (che porterebbe a risultati analoghi), cosa succede? E’ presumibile che B intuisca l’esperienza di A e che attraverso questo legame fornito dalla coscienza B si evolva con una facilitazione, se vogliamo. Ma ciò che è importante qui non è il privilegio bensì chiarire quali potrebbero essere i risultati dell’entanglement rispetto ad una attività psichica di un elemento olografico coscienziale.
I fenomeni di chanelling potrebbero essere una sintonia simile, le intuizioni utili potrebbero appoggiarsi ad un simile ambiente del pensiero.
-Ipotizziamo che, invece, continui la sua attività, da cosa potrebbe essere nata? Che equivale a chiedersi come nasce un pensiero pensante. In altri termini cosa porta una parte psichica della coscienza a compiere un osservazione polarizzata di se all’interno di un illusione olografica.
E’ presumibile che una parte polarizzata della coscienza sia psiche. Ossia che la coscienza in se non ammetta aspettualità, ma che l’aspetto sia solamente una particolare prospettiva di osservazione di un intero. Potremmo aggiungere anche che l’aspetto nella coscienza è riportato ad una consapevolezza dell’intero, cioè non muore nella condizione di aspettualità, ma è incoraggiato ad una piena consapevolezza di se. Osservare la parte in relazione all’intero o osservare un intero composto da parti sarebbe solamente un impostazione dell’osservazione ma il risultato dell’osservazione non cambierebbe.
Quindi possiamo ipotizzare che la polarizzazione della coscienza o aspettualizzazione è un osservazione della coscienza al livello delle sue parti (o aspetti) riassumibili ad attività psichica. Osservare quindi le attività psichiche è un livello di osservazione dell’attività della coscienza. Lo spirito è solamente l’osservazione di una parte di un processo di manifestazione. Quindi non è una componente ma il fuoco prospettico di un’osservazione, in altri termini un falso problema.
Per attività psichica intendiamo, il movimento tra un osservatore (con la sua domanda), l’osservato (il laboratorio) e l’osservazione (il processo conoscitivo o esperienza). Tre aspetti profondamente legati l’uno all’altro e “geneticamente” interrelati alla nascita. Ossia la domanda ha già in seno a chi la pronuncia un processo che la risolve. “La verità è nella bocca di chi la enuncia”.
In sintesi esistono tutte le verità, poiché sono osservazioni equipollenti, ossia effettuate allo stesso piano.
Possiamo usare la metafora usata da Vittorio Marchi,”l’universo come casa pensante”, credo sia molto utile per comprendere questa simulazione. Ovviamente se non si è consapevoli di questo si rischia di elevare al rango di unica realtà possibile solamente l’esperienza. Ossia la valutazione dell’attività psichica della coscienza e dei suoi movimenti e non l’integrità ed interezza del tutto. Certo è che un movimento responsabile fra questi due piani è un ottimo aiuto alla comprensione di questo universo.
Ciò che conta, se preferiamo, è il pensiero. L’attività di un osservatore a colmare una lacuna conoscitiva. Risolvere la sua illusoria individualità come essere che si interroga. Ma il pensiero pensante da dove nasce? Cosa mette in moto il pensiero?
Possiamo presumere che non si sia mai fermato, che non sia mai nato e che quindi non muore. Ma possiamo altresì ipotizzare che l’attività pensante si direzioni. Ossia che pur non avendo avuto un inizio specifico, poiché parte “latente” della coscienza, si scelga un corso, un sentiero di sviluppo un orizzonte verso il quale procedere. Possiamo, cioè, trovare risposte di vario tipo alla domanda che ha fatto scaturire la ricerca e usarle per porci altre domande, senza quindi fermare la nostra attività che si muoverebbe tra dimensioni ed orizzonti conoscitivi senza in realtà mai fermarsi.
Ipotizzare, quindi, una stasi del pensiero a cosa equivale? Alla morte? E’ improbabile. E’, invece, possibile che una stasi del pensiero corrisponda ad una latenza nella coscienza proprio perché ogni genere di quesito risolvibile olograficamente è già stato assimilato ( in un modo o in un altro) da quella parte di coscienza che quindi non ha ragione di esistere olograficamente.
Stiamo quindi presumendo che l’esperienza ad un certo livello della sua assimilazione corrisponda ad elementi archetipali e che ci sia sempre una relazione tra A e B.
In altri termini per capire l’ologramma, un esperienza può tradursi in maniere diverse ma fornirà sempre al suo percettore un informazione matriciale ben precisa, che assurge a conoscenza assoluta di quell’esperienza. Ma anche qui i confini sono molto labili, poiché, olograficamente è sempre possibile portare una variante all’esperienza conoscitiva che genera una variazione alle caratteristiche matriciali. Sarà così a discrezione del percettore/osservatore gustare una coppa del nonno anziché un affogato al caffè, o un cappuccino anziché un espresso per capire il caffè ed i suoi usi.
Il tutto è uno e l’uno è il tutto, in tutte le forme possibili.
A e B , quindi potrebbero essere entrambi locali e condividere con altri coscienza non locale, A potrebbe essere non locale e B locale. Le combinazioni sono molteplici e potremmo procedere nel chiederci come mai esiste sempre e sempre esisterà qualcuno che farà un esperienza già fatta da qualcun’altro. Come mai esiste un B simile ad A. Credo che sia la natura di questo essere che chiamiamo coscienza a riformulare se stessa indefinitamente e olograficamente infinitamente.
Possiamo andare ancora oltre.
Possiamo chiederci cosa rappresenta l’osservatore, considerato che l’informazione sull’esperienza è latente.
L’osservatore è l’equivalente dimensionale dell’esperienza, tuttavia l’esperienza nella sua origine matriciale è sempre esistita. Sembra così che la percezione sia un dono, sì ma a chi e perché? Probabilmente è un dono che la coscienza da a se stessa, ad un “aspetto di se” che sceglie di esistere (chi sa poi per quale illusoria motivazione; illusorietà del processo e della sua condizione sono ben chiari alla “parte” di coscienza)consapevole dell’illusorietà di se e del processo che andrà ad innescare e dell’esperienza che quindi ne farà.
L’uomo, tuttavia,scopre molto presto che la sua osservazione corrisponde ad una trasformazione dell’osservato, quindi qualsiasi soluzione conoscitiva è destinata ad esistere nella sua dimensione. Una dimensione molto suggestiva ed esotica, dove l’esperienza olografica attraverso la coscienza lega i suoi operatori nell’ovunque in cui sono immersi.