Capire l’individualità, quindi, significa riconoscere un processo unitario osservandolo da una determinata prospettiva. L’individuo non esiste come tale ma è un’osservazione di un “oggetto” ad un determinato livello.
La quantizzazione quando ai quanti non è riconosciuta la loro natura può diventare una situazione molto dura, specialmente per quelle parti che sono spinte all’individualismo o al materialismo. Spinte quindi ad osservarsi solamente ad uno stato, piuttosto che ad un’osservazione più generale se possiamo dire.
Abbiamo capito che la polarizzazione della coscienza è la psiche. Lobo destro e lobo sinistro rappresentano fisicamente questa polarità. Se questa polarizzazione è risolta l’osservatore si percepirà in maniera diversa altrimenti sarà sballottato dai “messaggi” apparentemente contradditori di queste due antenne.
Possiamo ricorrere ad un’altra metafora quella di un diamante colpito da una fonte luminosa che si rifrange nell’ambiente in cui è immerso il diamante. Se osserviamo ogni singolo riflesso alle pareti potremmo essere indotti a pensare che esista solamente lui e non l’intero processo di rifrazione. In teoria un’osservazione precisa comporterebbe una visione complessiva di ogni singolo riflesso nel momento in cui è rifratto dal diamante. Probabilmente nella nostra situazione ci sono diverse parti in gioco e noi come osservatori posti in un’unica prospettiva (il nostro pianeta, ad esempio) non li percepiamo tutti. Ma da cosa è dovuta tale ignoranza dalla condizione particolare o dall’assenza di coscienza, dal non ricordare,quindi, la situazione generale?
Se è vera la seconda ipotesi, come possiamo ricordare? È plausibile che questo presunto stato di ignoranza non esista ma che esista in realtà una condizione di miopia accettato dall’osservatore. Infatti, sebbene possa essere vera una manipolazione cognitiva in atto ai terrestri è pur vero che tali terrestri preferiscono ed avvolte inseguono questa condizione di miopia. Perché? Probabilmente perché l’essere umano è suscettibile al sistema di credenze proiettato intorno a lui (una condizione naturale, come imparare dai propri padri) e solamente una contraddizione interiore potrebbe spingere tale essere alla soluzione del suo dissidio. Prima o poi si troverebbe a confrontare la “qualità” della sorgente luminosa con ciò che viene rifratto, mettere in sintonia interiorità ed esteriorità risolverebbe all’apparente contraddizione.
Quindi chi sono coloro che sentono questa contraddizione?
Solamente dei disadattati? Dei profeti?Esseri che cercano un equilibrio? Se l’osservatore percepisce un’asincronia (una contraddizione interiore) è davvero sempre automatico la tendenza a risolverla?
Credo che sebbene esista tale tendenza alla soluzione del dissidio interiore è comunque necessaria la volontà dell’osservatore per ricercare e quindi ritrovare la soluzione, questa non è scontata. La quantizzazione è un processo sostenuto dall’osservatore, cocreato da esso, quindi un’assenza della sua attività corrisponde nella migliore delle ipotesi, ad un mantenimento delle condizioni. Cambiare significa fare altro, se riflettiamo sempre la stessa cosa quello che osserviamo non può cambiare.
La paura nella nostra società gioca un ruolo fondamentale al mantenimento di questa condizione. Ci sono molti di noi che desiderano risvegliarsi, credono che esista una condizione al di là di quella che incarnano data come conseguenza di quella che vivono. Non hanno capito che per svegliarsi occorre spogliarsi di quello che già si ha. In altri termini dovremmo liberarci delle costruzioni che ci siamo messi addosso credendo di potere andare al di là. La natura della nostra essenza non è la miopia, sono gli occhiali che portiamo a renderci tali. Ma abbiamo il coraggio di togliere questi occhiali? Abbiamo il coraggio di dire che l’io non esiste? Cosa comporterebbe nella nostra società affermare ed essere un’individualità cosciente? Possiamo arrivare al di là di questa miopia senza strappi?
La nostra società ha fatto un’evoluzione che per quanto contraddittoria oggi, ha comunque portato dei benefici. Di cosa dovremmo liberarci allora degli oggetti o della loro interpretazione?
Credo che tutti noi abbiamo intuito la risposta ma che è difficile accettarla considerato dove ci siamo spinti. Ci vorrebbe una buona dose di compassione verso se stessi e tutti gli altri per riconoscere ciò che ci appesantisce e ciò che invece ci serve. Ciò che ci uccide da ciò che ci fa fiorire.
Io non conosco il futuro dell’uomo ma ho fiducia in lui ed oggi da questa posizione posso solo dire che faccio del mio meglio per portare un contributo costruttivo, ed in verità credo che sia così per tutti noi. Credo che al di là dei termini una buona intenzione si riconosca, ma probabilmente oggi ci occorre fratellanza, un messaggio antichissimo ma che non abbiamo ancora colto. Non credo ci sia un motivo particolare, o meglio potrebbero esserci tanti motivi, ma sarebbero solo giustificazione che si appoggiano al potere di un altro e non alla nostra sovranità.